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SE NON FOSSE PER ME…

Essere attivi, dinamici, sempre disponibili è cosa buona e (forse) giusta. Ma da ciò a non lasciare spazio agli altri… ne corre.
Ogni cosa può essere detta in maniera soggettiva; date a n individui lo stesso lavoro e avrete n versioni o interpretazioni. Date a n individui un unico problema di ordine matematico ed avrete una soluzione per n volte, se sono tutti in grado di risolverlo in maniera corretta. La personalità e la soggettività non sono un’opinione.
È il problema di sempre: conservare potere, prestigio, dominio. Chissà perché inesorabilmente arriva questo ridicolo momento nella vita dei manager, o dei capi, o dei titolari, in cui il sospetto di essere insostituibile diventa una convinzione sincera. E non si può dire che ciò accada solo in “zona di decadenza senile”: tanti, infatti, si sentono immortali ed insostituibili anche se sono dirigenti appena quarantenni.

Che cosa c’è di vero in questa immortalità?
Innanzitutto la promozione. L’aver fatto carriera, essere diventato un capo pone il medesimo nella condizione di “bissarsi” il riconoscimento derivatogli da altri, con una supplementare autodiagnosi che quasi sempre si trasforma in autogratificazione. L’”eroe” riesce pertanto a capire perché è stato promosso o messo a guidare gli altri e, da allora, la sua missione diventa un assurdo e pericoloso gioco da intitolare: “Meno male che qui ci sono io! Se non fosse per me…”. E da questo momento cominciano i problemi; bisogna rivedere, controllare, programmare, rileggere, rielaborare, correggere, riesaminare… in alcuni casi riscrivere.
Perfino le virgole, sissignori le virgole, diventano grosse come banane e importanti quasi al punto di essere inserite – come punto a sé stante – nella job description del capo. Avete mai provato a subire l’onta della “virgolazione” da parte del vostro superiore? Ebbene, è una cosa piuttosto seccante, specie se non ha effetto determinante sul contenuto del lavoro e poi perché, parliamoci chiaro, sapete benissimo che sta giustificando e proteggendo il suo ruolo.
Ma perché il capo si comporta così? È pignolo, noioso, letterato, più bravo, più preciso? Boh! Nella maggior parte dei casi è solo un insicuro e per la restante parte non sa quali sono le mansioni che gli rimangono se non quelle di controllo. Però, dalla supervisione e controllo all’accaparramento ad oltranza c’è una bella differenza. Per giunta, oltre a sovraccaricarsi personalmente come bestia da soma (gli asini non ce ne vogliano…) opera un’azione demolitrice piuttosto sostanziosa nei confronti delle “human resources” dell’azienda. Nella migliore delle ipotesi, i sottoposti si rassegnano e sopportano; nella peggiore si dimettono. Che cosa si può fare per ovviare a questo lievitante fenomeno?
Bisogna accettare ma, prima di accettare, bisogna capire la magica funzione della “delega”. A meno che non si gradisca affondare meschinamente nelle carte, è d’uopo rendersi conto che:


a) il tempo è limitato, e non va dedicato solo al lavoro;
b) le cose continuano anche senza di noi;
c) ci sono altri che possono fare quello che noi facciamo;
d) non siamo esseri “perfettissimi”;
e) anche gli altri pensano;
f) delegare non vuol dire rinunciare;
g) delegare non vuol dire “non me ne occupo più”;
h) delegare non vuol dire “sono vecchio e stanco”;
i) anche gli altri possono mettere le virgole;
j) anche gli altri… sì, anche gli altri esistono!

Mi sembra sia abbastanza chiaro che chi scrive non gradisce situazioni di monopolio, monodipendenza ecc. Vero che l’italiano in genere è creativo, individualista, artista, autosufficiente. Ma, per favore, una volta tanto, diamo un’occhiata ai nostri amici USA: non facciamoci sempre la pasta in casa. Non serve a specializzarci, piuttosto: “Delegate, fratres, delegate”.

giugno 9, 2007 - Posted by | accentramento, autogratificazione, decadenza senile, delega, dominio, immortalità, insostituibilità, potere, prestigio, virgolazione

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