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Pirati, pirañas e squali… tutti mariuoli!

Pirateria e antipirateria sono pittoreschi e frequenti termini in voga da quando i produttori di software lamentano la loro impossibilità di tiranneggiare il mercato anche se non sono sottoposti a freni, regolamentazioni, organi di controllo per calmierare i loro prezzi di vendita.
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Nasce prima I’hardware o il software? Beh! Poco importa… Sta di fatto che entrambe le categorie di produttori – supposto che non siano cointeressate societariamente – lavorano in tandem, come il gatto e la volpe. Il loro target (nel senso di bersaglio da colpire) sono società, professionisti, studenti e privati in genere.
Ora si sentono defraudate, perché con i cloni non c’è più l’esclusiva e perché i pirati fanno copie dei programmi. Hanno una RAM molto corta… hanno dimenticato il loro ruolo di predatori quando per anni ci hanno venduto CPU, monitor, RAM, SIMM, stampanti, masterizzatori a prezzi da “fuori di testa”. E le fatture che tutti noi abbiamo in archivio parlano chiaro. Anche i servizi correlati, come
la masterizzazione di dati, perché non ci si poteva permettere il lusso di farla da sé, erano accessibili a pochi. E che cosa dire di tutti quei supporti come le cartucce SyQuest, i DataPak, i dischi magneto-ottici, i DAT, i Jazz che – pagati profumatamente – ora sono obsoleti e non valgono commercialmente più nulla? È mai possibile aver pagato una stampante “a colori” a getto d’inchiostro ben 2 milioni ? I costi per produrla erano davvero così alti? O forse non c’era la grande serie da produrre? Niente niente che ci abbiano marciato un po’ troppo con il profitto? (questo è approfittare della buona fede e dello stato di necessità).

Ma sorvoliamo… passiamo alla benzina (cioè ai software) dell’hardware. Ho paragonato la benzina al software, la cui funzione è praticamente assimilabile, perché se solo si pensasse che ad ogni modello di macchina avessimo dovuto riaggiornare il motore in modo che potesse accettare la benzina (software) modificata, saremmo stati freschi. A parte la verde o il numero di ottani, la benzina è rimasta fortunatamente la stessa. Ve lo immaginate uno scenario di questo tipo: una benzina progettata per ogni modello di automobile, con possibilità di “girare” più veloce con l’aggiunta di un additivo fino all’inevitabile esigenza di cambiare l’auto per assenza di distributori forniti della vecchia benzina iniziale.
Per i software non è così. Non è come per la benzina. Una volta partiti con una versione che ci va benissimo per lavorare, pagata la nostra fattura d’acquisto, si pensa di poter andare avanti impunemente ad usarla senza problemi. Eh, no! Ammesso che tutto fili liscio… si fanno gli upgrade, le nuove versioni, che per fortuna aprono i file precedenti, ma ovviamente non quelli fatti
con le versioni successive. Ed allora inizia il problema: o ti aggiorni e paghi oppure ti fermi e non lavori. L’aggiornamento ha un costo, tutt’altro che irrisorio. Dopo vari upgrading della benzina, bisogna ricomprare una nuova macchina con un processore più potente e così via… Il circolo virtuoso continua e poiché il business è sempre stato da capogiro, tutti si sono buttati nella mischia, con una guerra senza quartiere (aree di distribuzione), riducendo i margini di profitto, combattendo con imitazioni, cloni, sottoprodotti, con miniaturizzazioni, con velocizzazioni all’ultimo nanosecondo, con risoluzioni all’ultimo pixel, con capacità che dai terabyte passeranno ai fischiabyte (?), sempre per tenere il mercato, che – se potesse parlare – con un’unica voce, direbbe “… e io pago…”.
E nella mattanza generale, si è inserita una nuova schiera di roditori ausiliari: i produttori di antivirus o codici maligni. Danno la colpa agli studenti, questi monellacci informatici, agli infomaniaci. Dovrebbero invece essere loro molto grati (se non li finanziano direttamente) perché gli hanno dato l’occasione di entrare in gioco. E poi, chi può escludere che questi birichini informatici non c’entrino affatto e che siano i produttori stessi a creare virus o codici maligni e antivirus, come gli untori?
Pensare male è peccato, ma il più delle volte s’indovina… (Chi lo diceva?)
Non si può arrestare il progresso. L’informatica è veloce, fa passi mostruosi da gigante, si dovrebbe già dire da terante, almeno rispetto all’automobile che, dalla nascita si è evoluta solo (si fa per dire) per tecnologia, automazione operativa e produttiva, miglioramento sicurezza, velocità, design, comfort, ecc. ma sempre con la stessa “benzina”. E chi avesse la fortuna di possedere una macchina
d’epoca potrebbe ancora “far benzina”. Chi invece ha i vecchi computer, se li deve tenere in cantina o in solaio, in attesa di qualche originale collezionista, disposto a fare sciocchezze pur di avere quella gloriosa e costosa monnezza, pagata come oro. Siamo d’accordo. Bisogna progredire… Chi vuole, compri le versioni più spinte, con tutti i “plus”, i plug-ins ecc., ma che venga prevista la possibilità di salvare i file per tutte le versioni precedenti, per non obbligare all’acquisto chi non vuole o non può. Questo, tradotto in parole povere, significherebbe che una società o chicchessia che, per esempio, avesse comprato la versione 3.0 potesse dire al suo Committente, dotato di una versione 5.0 dello stesso programma, di fornirgli il file in versione 3.0 perché il lavoro, in quanto occasionale, d’importo non significativo, eccezionale, non giustificherebbe l’acquisto dell’aggiornamento.
Se poi, il costo di quest’ultimo fosse più umano e abbordabile, tale da non divorare il delta di profitto per il lavoro sporadico, occasionale prima menzionato, forse tanti ci farebbero un pensierino e non si cadrebbe nella tentazione di avere la copia “pirata”.
I costi di produzione di un software saranno pure “enormi”, ma devono essere distribuiti su un ragionevole numero di copie legali vendute. Sarebbe molto oneroso caricare questi costi sugli acquirenti innovatori e una forma d’ingordigia continuare a lucrare sul mercato fino all’apparizione di un garante che in questo settore non c’è, ma che tuttavia viene calmierato solo dall’ingresso della
concorrenza, se non c’è accordo a “straguadagnare”. Lo stesso vale per altri settori, ovviamente.
Quello della ricerca farmaceutica ne è un buon esempio. Una volta fatto lo sforzo di studio, progettazione,, realizzazione prototipo, verifica, correzione e versione finale, i costi restano invariati qualunque sia il numero di copie. La duplicazione autorizzata del software (quella del produttore) implica costi ridicoli, confrontati con quelli che la precedono. Che poi sia stato inventato il numero di licenze per inferire ulteriormente, mi sembra un’altra trovata creativa dei marketing managers. Se in una sede ho dieci posti di lavoro (10 PC) e compro un programma, dovrei usarlo solo su una stazione di lavoro e comprare altre nove licenze per gli altri. Praticamente una licenza per utente operativo, o meglio per stazione di lavoro. E se nella stessa casa, pagato un canone di abbonamento, ho “n” televisori, dovrei forse pagare “n” abbonamenti se li accendo tutti o se voglio accenderli “random”? E qui bisognerebbe aprire un’altra parentesi… Lo stesso canone di casa raddoppia se si vuole portarsi il televisore in ufficio. Perché? Perché l’ufficio viene considerato come un luogo di intrattenimento, come I’esercizio di un bar e simili! Assurdo! Per non parlare poi dell’abbonamento TV per la doppia casa. Se pago in città e vado alla mia casa del mare, teoricamente devo pagare un doppio abbonamento. Ma se non riesco a bilocarmi ed essere ubiquo, perché pagare questo doppio canone?
Per la macchina da scrivere, c’era da pagare solo I’hardware. Poi arrivarono le prime macchine elettromeccaniche con la sfera e la margherita (i precursori dei “font”). Quindi l’evoluzione elettronica ci portò i primi display LCD, i LED, con la possibilità di neretti, corsivi, sottolineatura e piccole capacità di memorizzazione. Stava iniziando l’era della videoscrittura, i primi sistemi di video scrittura, costituiti da h.ware e s.ware, senza licenza. Ed ecco che Bill Gates, il grande BILL, reinventa la videoscrittura, rlbattezzata esoticamente “wordprocessing”, che stronca la fotocomposizione e fa le stesse cose di prima, ma meglio… Ha forse pagato i diritti d’autore a chi l’ha preceduto? E chi migliora il software altrui (o ne copia il concetto) paga i diritti d’autore al predecessore? Qualcuno vada a rivedersi il film “”I pirati di Silicon Walley”…

E visto che siamo finiti nel diritto d’autore, facciamo qualche considerazione addentrandoci nel regno SIAE… e come compositore, mi domando: il mio diritto d’autore è legittimo? Credo e spero di sì. Ma che c’entra la differenziazione del diritto secondo l’uso del brano? Perché se c’è il ballo, ad esempio, si paga di più? Perché oltre un certo numero di persone si paga di più? Se l’autore percepisce una percentuale sui diritti pagati, non mi sembra che faccia sforzi supplementari se qualcun altro balla, mentre ascolta la sua musica. E poi… gli eredi dell’autore defunto percepiranno per svariati lustri (pare 60 anni) i diritti, che vengono assorbiti dalla MACCHINA DELLA STRUTTURA SIAE, solo dopo tutti questi anni e non si sa nemmeno se finiscono nel famigerato “calderone”.
Mai sentito parlare di un’azione promozionale della SIAE verso i giovani musicisti, scrittori ecc. con l’ausilio di questi fondi.
E pensare che per un brevetto di un fisico o di un qualsiasi altro geniaccio, dopo 20 anni decade ogni diritto. Evidentemente è più importante una canzonetta terra-terra, ma orecchiabile, anziché una delle precitate invenzioni soggette a brevetto. La verità è che gli interessi occulti e manifesti sono totalmente diversi.

Non è certo apologia di reato, spero, questa semplice analisi che non accetta di ritiene di non ingrassare gli squali e per questo viene a sua volta connotato come pirata.
Si arriva all’assurdo che ogni CD, per il semplice fatto che “potrebbe essere usato” per copiare CD AUDIO o programmi è soggetto a tangente, anche se poi uno se li compra per farsi i propri backup.
Prelievo alla fonte quindi. Altro che processo all’intenzione; questa è una tassa sull’ipotesi e sulla possibilità che un evento si verifichi…

Mi auguro solo che i signori produttori di software rinsaviscano e assieme alle case discografiche, che lamentano la pirateria dei CD audio, razionalizzino i prezzi o decidano qualche cosa di più creativo…
Potrebbero ad esempio mettere in atto tutti gli espedienti possibili e immaginabili (chiavi h.ware, chiavi s.ware, impronte digitali, DNA dell’utente, riconoscimento vocale ecc. ecc.)
Parafrasando il noto principio della meccanica, oso concludere dicendo che:
“…Ad ogni malazione corrisponde una reazione uguale e contraria”.
E così sia.

aprile 2, 2007 - Posted by | copyright, diritto d'autore, pirateria informatica, SIAE

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